In Altum

Madonna delle Nevi, plasma il nostro cuore a immagine del tuo.

Lettera di Papa Giovanni Paolo II ai sacerdoti

Pubblicato nella sezione (In Altum n° 184)

In occasione del Giovedì Santo 1979

Agli inizi del mio nuovo ministero nella Chiesa, sento profondamente il bisogno di rivolgermi a voi, a voi tutti senza alcuna eccezione, Sacerdoti sia diocesani sia religiosi, che siete miei fratelli in virtù del sacramento dell'Ordine. […]

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Il sacerdozio al quale partecipiamo mediante il sacramento dell'Ordine, che e stato per sempre “impresso” nelle nostre anime per mezzo di un segno particolare di Dio, cioè il “carattere”, rimane in esplicita relazione col sacerdozio comune dei fedeli, cioè di tutti i battezzati e, in pari tempo, differisce da esso “essenzialmente, e non solo di grado”. In tal modo, acquistano pieno significato le parole dell'autore della Lettera agli Ebrei sul sacerdote, il quale “scelto fra gli uomini, viene costituito in favore degli uomini”». [...]Dobbiamo considerare fino in fondo non soltanto il significato teorico, ma anche quello esistenziale della mutua “relazione”, che sussiste fra sacerdozio gerarchico e sacerdozio comune dei fedeli, se essi differiscono fra loro non solo di grado ma di essenza, ciò è frutto di una particolare ricchezza dello stesso sacerdozio di Cristo, che è l'unico centro e l'unica fonte sia di quella partecipazione che è propria di tutti i battezzati, sia di quell'altra partecipazione, a cui si perviene per mezzo di un distinto sacramento, che è appunto il sacramento dell'Ordine. [...]

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La particolare sollecitudine per la salvezza degli altri, per la verità, per l'amore e la santità di tutto il popolo di Dio, per l'unità spirituale della Chiesa, che ci è stata affidata da Cristo insieme alla potestà sacerdotale, si esplica in varie maniere. Diverse certamente sono le vie lungo le quali, cari fratelli, adempite la vostra vocazione sacerdotale. Gli uni nell'ordinaria pastorale parrocchiale; gli altri nelle terre di missione; altri, ancora, nel campo delle attività connesse con l'insegnamento, con l'istruzione e l'educazione della gioventù, lavorando nei vari ambienti e organizzazioni, e accompagnando lo sviluppo della vita sociale e culturale; altri, infine, accanto ai sofferenti, agli ammalati, agli abbandonati; alle volte, voi stessi, inchiodati a un letto di dolore.

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Diverse sono queste vie, ed è perfino impossibile nominarle tutte singolarmente. Necessariamente esse sono numerose e differenziate, perché varia è la struttura della vita umana, dei processi sociali, delle tradizioni storiche e del patrimonio delle diverse culture e civiltà. Nondimeno, in tutte queste differenziazioni, voi siete sempre e dappertutto portatori della vostra particolare vocazione: siete portatori della grazia di Cristo, eterno Sacerdote, e del carisma del buon Pastore. E questo non potete mai dimenticare; a questo non potete mai rinunciare; questo dovete in ogni tempo e in ogni luogo e in ogni modo attuare. In ciò consiste quell'”arte delle arti”, alla quale Gesù Cristo vi ha chiamati. “Arte delle arti è la guida delle anime”, scriveva San Gregorio Magno.

Vi dico, dunque, rifacendomi il queste sue parole: sforzatevi di essere “artisti” della pastorale. Ce ne sono stati molti nella storia della Chiesa. Occorre elencarli? A ciascuno di noi parlano, ad esempio, san Vincenzo de Paul, San Giovanni d'Avila, il santo Curato d'Ars, san Giovanni Bosco, il beato Massimiliano Kolbe, e tanti, tanti altri. Ognuno di loro era diverso dagli altri, era se stesso, era figlio dei suoi tempi ed era “aggiornato” rispetto ai suoi tempi. Ma questo “aggiornamento” di ciascuno era una risposta originale al Vangelo, una risposta necessaria proprio per quei tempi, era la risposta della santità e dello zelo. Non vi è altra regola al di fuori di questa per “aggiornarci”, nella nostra vita e nell'attività sacerdotale, ai nostri tempi d all'attualità del mondo. Indubbiamente, non possono essere considerati come adeguato “aggiornamento”i vari tentativi e progetti di “laicizzazione” della vita sacerdotale. […]

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La nostra attività pastorale esige che stiamo vicini agli uomini e a tutti i loro problemi, sia quelli personali e familiari, che quelli sociali, ma esige pure che stiamo vicini a tutti questi problemi “da sacerdoti”. Solo allora, nell'ambito di tutti quei problemi, rimaniamo noi stessi.Se quindi serviamo veramente quei problemi umani, alle volte molto difficili, allora conserviamo la nostra identità e siamo veramente fedeli alla nostra vocazione. Dobbiamo cercare con grande perspicacia, insieme con tutti gli uomini, la verità e la giustizia, la cui vera e definitiva dimensione non possiamo trovare che nel Vangelo, anzi, in Cristo stesso. Il nostro compito è di servire la verità e la giustizia nelle dimensioni della “temporalità” umana, ma sempre in una prospettiva che sia quella della salvezza eterna. Questa tiene conto delle conquiste temporali dello spirito umano nell'ambito della conoscenza e della morale, come ha ricordato in modo mirabile il Concilio Vaticano II, ma non si identifica con esse e, in realtà, le supera: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì... queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.”

Gli uomini nostri fratelli nella fede e anche i non credenti attendono da noi che siamo sempre in grado di indicare loro questa prospettiva, che diventiamo testimoni autentici di essa, che siamo dispensatori della grazia, che siamo servitori della Parola di Dio. Attendono che siamo uomini di preghiera.

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La frase :

«Il sacerdote non vive per mettersi in mostra, ma nemmeno per nascondersi

Leone XIV

Crediti fotografici : © Mazur/cbcew.org.uk - Flickr

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