In Occidente si moltiplicano le leggi anti-cristiane
In Canada, una spada di Damocle incombe sulla libertà religiosa e sulla libertà di espressione. Il Senato ha infatti approvato all’inizio di giugno un disegno di legge che consentirebbe di perseguire qualsiasi fedele che esprima un’opinione basata su un testo sacro, in particolare la Bibbia, e considerata di incitamento all’odio secondo i pregiudizi ideologici del momento. Concretamente, ciò significa che il semplice fatto di denunciare il peccato, di affermare che il matrimonio è l’unione stabile tra un uomo e una donna, o di ricordare la natura peccaminosa degli atti omosessuali, il tutto basandosi sulle Sacre Scritture, costituisce un reato che può comportare un procedimento giudiziario per «incitamento all’odio». Al di là delle giustificazioni rassicuranti dei sostenitori del progetto, molti, compresa la Conferenza dei vescovi cattolici del Canada, temono che lo Stato elimini una clausola giuridica che finora ha protetto l’espressione delle convinzioni religiose.
In Francia, mentre la legge sull’eutanasia monopolizza l’attenzione, è allo studio un’altra (promossa dal gruppo parlamentare di Attal) che, con il pretesto di proteggere i minori, rafforza il controllo dello Stato sugli istituti cattolici convenzionati, non solo per verificare il rispetto dei programmi scolastici (EVARS e simili), ma anche interferendo con ciò che costituisce il carattere proprio di queste istituzioni e attaccando il segreto della confessione (una fissazione ricorrente in certi ambienti fraterni…). I sacerdoti sarebbero tenuti a denunciare gli abusi sessuali su minori accusati durante la confessione. Oltre al fatto che è – ovviamente – impossibile stabilire un nesso tra tali abusi e il segreto della confessione, basta un po’ di buon senso per capire che nessun aggressore andrebbe a confessarsi se sapesse che il confessore potrebbe denunciarlo. Di fatto, nessuno degli scandali venuti alla luce negli ultimi anni è dovuto alla mancata denuncia di un reato ascoltato nel confessionale.
Ciò che dobbiamo ricordare loro è che la confessione è il luogo in cui l’uomo è libero di rivolgersi a Dio, che proprio il segreto tutela questa libertà, e che non spetta al potere politico modificare ciò che riguarda l’essenza di un sacramento. Solo gli Stati totalitari hanno preteso di arrogarsi il diritto di intromettersi in questo ambito, poiché la libertà di coscienza ha sempre rappresentato il limite del potere dello Stato. In breve, difendere il segreto della confessione, senza eccezioni, significa difendere le vittime. Attaccarlo, al contrario, non protegge affatto i bambini, ma viola la libertà religiosa e di coscienza, nonché il segreto professionale.
Crediti fotografici : © Diocèse de Bordeaux - Flickr

