In Altum

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Il judo

Pubblicato nella sezione (In Altum n° 185)

Via della dolcezza

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Il judo è uno sport relativamente recente, poiché fu inventato nel 1882 da Jigoro Kano. Questo giovane giapponese aveva una costituzione gracile e non poteva praticare le attività sportive dell’epoca. Fragile, umiliato dalle prepotenze di alcuni compagni di classe e dal senso di inferiorità fisica, decise di studiare il jujutsu. Scoprì che il jujutsu era un’arte, di cui adottò il motto: «Minimo sforzo, massima efficacia». La tradizione narra che fu un vecchio saggio, osservando la neve sui rami di un albero, a scoprire il principio del jujutsu: abbassarsi per rovesciare l’avversario. Infatti, notò che sugli alberi i rami più grossi e più rigidi si spezzavano sotto il peso della neve, mentre quelli più sottili e flessibili si piegavano per lasciarla cadere, liberandosi così del loro nemico.

Fu così che nacque il concetto di jujutsu. Descritto come il trionfo dell’abilità e dell’agilità sulla forza bruta, il jujutsu innovava cedendo alla forza dell’avversario, per poi rivolgere la sua forza contro lui stesso. Nacque così un nuovo concetto di uso della forza. Il Judo è quindi nato da movimenti «presi in prestito» dal jujutsu. La parola «Ju» significa flessibilità, non resistenza e morbidezza. La parola «Do» si traduce con «cammino» o «via». Il judo è quindi la via della non resistenza o la via della flessibilità. Il principio stesso del combattimento nel judo (randori) è la «non resistenza», che consiste nel cedere alla forza avversaria, controllarla e poi sconfiggerla con il minimo sforzo.

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Nel maggio 1882, Jigoro Kano aprì quindi la propria scuola dove insegnò un metodo personale, il «Kodokan judo». Considerava il judo, in quanto scuola di autocontrollo, non solo come una disciplina di autodifesa, ma anche come un mezzo di sviluppo morale e fisico della persona, come uno strumento educativo. Sosteneva un’educazione fondata sull’equilibrio tra le dimensioni intellettuale, fisica e morale, affermando che solo lo sviluppo armonioso può garantire il progresso della persona e, di conseguenza, la sua utilità per la comunità. Jigoro Kano scriveva: «Per quanto eccellente possa essere la salute di un individuo, la sua esistenza rimane vana se non la mette al servizio della società.» Credeva fermamente che attraverso la pratica del judo gli individui potessero sviluppare un carattere forte e virtuoso, preparandoli così ad affrontare le sfide della vita con determinazione e integrità.

Il motto «minimo sforzo, massima efficacia» era, secondo lui, un incoraggiamento a utilizzare la nostra energia in modo intelligente ed efficace, non solo nell’esecuzione delle tecniche di judo ma anche per risolvere i problemi della vita quotidiana. Insegnava che, affrontando le sfide con ingegnosità e flessibilità, si potevano ottenere risultati significativi senza sprecare energia. Il primo dojo dedicato al judo a Tokyo non era quindi solo un luogo di insegnamento e di pratica delle tecniche fisiche, ma una scuola in cui venivano insegnati e vissuti i principi etici del judo: rispetto, coraggio, sincerità, onore, modestia, gratitudine, autocontrollo e amicizia. Questo è il codice morale del judo. Il judo può darci una piccola lezione per la nostra vita spirituale: per vincere la tentazione, bisogna saper abbassarsi, saper essere umili.

Crediti fotografici : © Di Korea.net / Korean Culture and Information Service, CC BY-SA 2.0,  Wikimedia Commons

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