Processo alla FMND: la libertà religiosa in discussione

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Processo di Privas: la libertà religiosa in discussione

Nel terzo giorno del processo di Privas, la comunità desidera ringraziare i propri amici per i numerosi messaggi di sostegno ricevuti negli ultimi giorni. Per chi desidera comprendere la posta in gioco, è possibile leggere qui di seguito una riflessione pubblicata dal sito Religactu (che non conosciamo), specializzato nell'analisi dei fatti religiosi.

Come ha sempre fatto, la FMND rinnova il suo sostegno a Padre Bernard e contesta energicamente le accuse mosse contro di lui (> vedi il documento - in francese - pubblicato nell'agosto 2025 dal Consiglio generale della FMND).

> Per approfondire

Articolo dal sito Religactu

Famille missionnaire de Notre-Dame, un processo alla libertà

di Steve Eisenberg, Religactu, 19 gennaio 2026 (online qui - in francese)

Da diversi anni, e in modo sempre più accelerato negli ultimi tempi, alcune comunità religiose vengono perseguite non per fatti chiaramente delittuosi, ma per concetti molto più vaghi come «indebita influenza», «sottomissione psicologica» o ancora «abuso di debolezza». Il processo intentato contro la Famille missionnaire de Notre-Dame (FMND), comunità cattolica fondata nel 1946 e con casa madre in Ardèche, si inserisce pienamente in questa preoccupante evoluzione del diritto penale applicato al fatto religioso.

Leggendo attentamente gli articoli dedicati a questo caso, un punto colpisce immediatamente: i fatti contestati alla FMND non riguardano né violenze fisiche sistematiche, né abusi sessuali, né comprovate appropriazioni indebite di denaro. Ciò che viene messo in discussione è soprattutto uno stile di vita religioso giudicato estremamente esigente, una stretta disciplina comunitaria, una visione spirituale radicale e una volontaria separazione dal mondo esterno, vissute da alcuni ex membri come distruttive.

I querelanti descrivono una vita scandita dalla preghiera, il lavoro, l'obbedienza ai superiori, una povertà materiale accettata e una limitazione dei contatti con l'esterno. Tutti elementi che, presi singolarmente, non costituiscono alcun reato penale, ma che sono presentati dall'accusa come un sistema di «influenza» in grado di alterare il libero arbitrio dei membri. Questa logica cumulativa, che trasforma delle scelte religiose in indizi di reato, pone un grave problema per la libertà di religione.

Effettivamente, la vita religiosa, in tutte le tradizioni, è sempre stata una scelta radicale. Lasciare la propria famiglia, rinunciare a una carriera, obbedire a una regola comune, accettare un'autorità spirituale, vivere in castità, povertà e ascesi, sono costanti storiche del monachesimo cristiano, del buddismo, dell'induismo e anche del sufismo. Questi impegni hanno sempre suscitato vocazioni ferventi, ma anche abbandoni, a volte dolorosi, e profonde delusioni. Ci sono sempre stati quelli a cui questo stile di vita si addiceva e quelli per cui diventava insopportabile.

La storia religiosa mostra anche che gli ex membri si rivoltano regolarmente contro la loro comunità, a volte per ragioni legittime, a volte nel contesto di conflitti personali, ferite emotive o rotture mal vissute. Fino a tempi recenti, queste situazioni rientravano principalmente nel discernimento pastorale, nel dibattito interno alle religioni o, se del caso, nel diritto civile. Ciò che cambia oggi è il crescente intervento della giustizia penale nel campo stesso della vita spirituale.

Nel caso della FMND, la giustizia non rimprovera alla comunità di aver costretto fisicamente i suoi membri a rimanere, né di averli privati del loro status giuridico. I membri erano per lo più maggiorenni, liberi di andarsene, e molti lo hanno fatto. Ciò che è in discussione è l'idea che il loro consenso fosse viziato da un clima spirituale intenso, da una forte obbedienza religiosa e dal timore morale di agire male o di «perdere la propria anima».

Ora, se questo ragionamento viene portato alle estreme conseguenze, diventa impossibile distinguere una religione esigente da una religione penalmente sospetta. Ogni fede seria coinvolge la coscienza, suscita la paura del male, il timore della colpa, la speranza della salvezza. Ogni comunità religiosa strutturata propone norme, divieti, pratiche vincolanti e una gerarchia spirituale. Se questi elementi diventano, di per sé, prove di influenza, allora la libertà religiosa non è più che una libertà condizionata, concessa solo alle fedi giudicate dalle autorità civili «ragionevoli» o «moderate».

Il pericolo è tanto più grande in quanto i concetti di «soggezione psicologica» e «influenza» non si basano su criteri oggettivi chiaramente definiti. Sono ampiamente interpretativi, dipendono dalle sensazioni dei ricorrenti, dalla competenza psicologica e dalla visione culturale della religione. Ciò che appare come una libera vocazione per alcuni può essere qualificato come alienazione per altri. La giustizia si trova quindi a dover arbitrare non più fatti, ma esperienze interiori e convinzioni spirituali.

Sotto traccia, si delinea una profonda trasformazione del rapporto tra lo Stato e le religioni. La libertà di religione non è più concepita come il diritto di credere, praticare e organizzarsi secondo le proprie convinzioni, ma come una libertà sotto sorveglianza, subordinata a una norma implicita di «buona religione», compatibile con i valori dominanti, il benessere psicologico e le aspettative sociali contemporanee.

Il processo alla FMND, indipendentemente dall'esito giudiziario, va quindi ben oltre il destino di una particolare comunità. Solleva una questione di principio: una società democratica può proteggere la libertà di religione e allo stesso tempo penalizzare forme di vita religiosa semplicemente perché ritenute troppo esigenti, troppo separate dal mondo o troppo radicali? La risposta è no, non può.

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